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Solidarietà a targhe alterne

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javier-zanettiIeri, 28 aprile 2013, si giocava Palermo-Inter. Strano ma vero, si è infortunato capitan Zanetti, l’uomo di mille battaglie. Uno che ha fatto del lavoro e del sacrificio i cardini della sua lunga e gloriosa carriera. Ma anche uno che ha sempre portato rispetto, a parte qualche caso che non sto qui a ricordare. Ha subìto un bruttissimo infortunio, lesione del tendine di Achille. Quindi ne avrà per molto. Brutto davvero, anche perchè Zanetti, nonostante il fisico e l’apparenza possano ingannare, non è più un giovanotto, ed è agli ultimi anni di carriera. Lui promette di tornare e, conoscendo il soggetto, ci scommetto. Solidarietà da parte di tutti, compagni di squadra, tifosi nerazzurri, avversari, ma anche tifosi di altre squadre. E’ stata grande la partecipazione a questo fatto, direi evento, visto che Zanetti ha veramente patito poco gli infortuni. Tutti ad onorarlo, a invocare rispetto per una persona che ha dato rispetto. Questo mi ha fatto tornare a due anni fa, quando un certo Fabio Quagliarella si fece malissimo in un Juventus-Parma: infortunio grave, tornò la stagione successiva. Anche lì solidarietà, in tono minore. Tuttavia, ed è questo che voglio sottolineare, molti gli si scagliarono contro: la sua colpa era stata quella di passare alla Juve. Venendo dal Napoli. Gli augurarono una brutta fine in agosto; a gennaio esultarono per l’infortunio. Erano gli stessi che oggi mostrano solidarietà a Zanetti. Cosa li spinge ad avere questa diversità di opinioni e di atteggiamenti? Semplice, l’odio per una squadra. Ora non sto qui a fare il tifoso, anzi: sono convinto però che se la maglia di Javier Zanetti avesse avuto, al posto delle strisce blu, quelle bianche, le opinioni sarebbero state diverse. Certo, non generalizzo e ci mancherebbe: ci sono tifosi e tifosi, anzi: ci sono persone e persone. Sì, perchè prima di essere tifosi siamo persone. Ma il calcio oscura tutto: siamo odiati solo perchè tifiamo una squadra piuttosto che un’altra. Incredibile. Si giudica una persona in base alla squadra per cui tifa, e non in base al soggetto in quanto tale. E’ questo che ci porta a generalizzare, a standardizzare, a fossilizzarci. Ed è questo il motivo per cui ci odiamo, senza un vero motivo valido.  Un ragionamento che si può tranquillamente trasferire in altri campi, soprattutto in quelli nei quali andiamo a confrontarci con altre persone non in base alla nostra individualità, ma in quanto parte di una squadra, di uno schieramento. Vedi la politica, quando si ragiona non con la propria testa, ma in base alla politica di partito, appunto: per partito preso. E’ in quel momento che ci annulliamo, come soggetti, come individualità, come esseri pensanti. Ci lasciamo trasportare da ogni piccola cosa, facciamo la politica di partito anche a costo di fare brutte figure, di negare la realtà. E quando neghiamo la realtà, siamo capaci di fare e dire le cose peggiori. Ma almeno troviamo un pò di tempo per vergognarci un pò.

Il dio denaro batte il buonsenso

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Ancelotti-e-Broad

Carlo Ancelotti e Brian May

Magari Brian May avrebbe potuto scrivere The show must go on pensando anche a questa fatalità: sabato 19 gennaio è scomparso a soli 38 anni Nick Broad, preparatore atletico del Psg, collaboratore e amico di Ancelotti (anche al Chelsea dal 2009 al 2011), dopo essere stato coinvolto in un incidente stradale due giorni pima.

Il Psg aveva chiesto il rinvio della gara con il Bordeaux in segno di lutto, ma la Lega francese ha freddamente rifiutato, come da programma, per ragioni televisive.

Questo infame atto è uno schiaffo non solo ai familiari, gli amici e i collaboratori, ma anche a tutti quelli del “non tutto è in vendita”. Ancora una volta il dio denaro, in abito da sponsor e diritti tv, ha sconfitto il buonsenso e la sensibilità di chi soffre per una grave perdita.

Il 2013 calcistico ha già vinto

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Nel giorno della rielezione di Abete alla presidenza FIGC (candidato unico, quindi grande incertezza…), si può dire che il 2013, nonostante sia iniziato da soli 14 giorni, ha già dato belle soddisfazioni dal punto di vista calcistico. Da dove iniziamo? Dall’amichevole Pro Patria – Milan, nella quale un gruppo di idioti ha suscitato le ire del buon Boateng, bersaglio di “buu” razzisti. Immediata la reazione dei compagni, che hanno deciso di abbandonare il campo, tra lo stupore e gli applausi della tifoseria, quella fatta di veri tifosi. Unanime la condanna di stampa e tv, salvo poi fare scena muta quando, tre giorni dopo, in Lazio-Cagliari, si sono sentiti gli stessi rumori contro Ibarbo, calciatore di colore del Cagliari. Capitani e arbitro si parlano, ma la gara prosegue. E’ logico, ci sono contratti da rispettare, su tutti quelle delle tv. Una prima vittoria allora, bravi.

Bella anche la polemica montata ad arte da pseudogiornalisti che hanno venduto a bizzeffe grazie al fatto che hanno storpiato una frase normalissima di Marchisio, che aveva parlato di Napoli come squadra antipatica, calcisticamente parlando: era chiaro l’intento di sottolineare la grande rivalità che si è avuta negli ultimi anni. Ma qualcuno ha cambiato la parola “antipatia” in “odio”: le conseguenze sono immaginabili. Addirittura la società calcio Napoli che emette un comunicato, parlando di grave offesa; scende in campo anche il sindaco De Magistris, che parla di invidia verso la città di Napoli (cosa c’entri la città ancora non ho capito); senza tener conto della rabbia che alcuni tifosi hanno poi manifestato nei confronti dello stesso giocatore. Conte e Mazzarri invece hanno capito il senso, le Iene ci hanno fatto un bellissimo servizio ironico e Maggio ha spento ogni residua polemica vergognandosi per le parole offensive che molti hanno indirizzato a Marchisio. Risultato: leggere i giornali a volte fa male.

L’ultima mia riflessione va al gol viziato da un fallo di mano che ha permesso alla Lazio di sbloccare la gara contro l’Atalanta e mantenere così la seconda posizione in classifica. La Gazzetta, che all’epoca dei fatti di Catania-Juve aveva esternato profonda indignazione, parlando di campionato falsato, oggi invece si chiede dov’è finita la Juve, spostando l’attenzione sul momento no dei bianconeri. Addirittura il Corriere dello Sport parla di campionato bellissimo, riaperto, giustamente. Solidarietà alla Lazio, vittima di quest’aggressione mediatica per un gol che il fato ha voluto regalarle. Calmi eh, uno alla volta…

Errori arbitrali e orrori giornalistici

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La domenica appena trascorsa sicuramente passerà alla storia per gli errori degli arbitri, in particolare in quel di Catania: alla squadra di casa è stato annullato un gol regolarissimo, e sfortunatamente la squadra ospite era la Juventus. Dico sfortunatamente perchè tifo Juve, e chiaramente nessuno vuole vincere così le gare. Gli errori sono stati evidenti, ma non solo in questaa gara. Il Milan ha vinto con un gol in fuorigioco, all’Udinese è stato assegnato un rigore inesistente. Ma si parla solo di Juventus.
I punti sono due: gli errori sono fatti dagli arbitri e, anche se possono favorire una squadra, non sono imputabili a volontà o comportamenti di una società. Non c’è sudditanza, e la Juventus ha già pagato un conto troppo salato nella vicenda calciopoli, soprattutto alla luce delle ultime clamorose dichiarazioni di Tavaroli e Cipriani in merito allo spionaggio industriale Telecom. Il secondo punto, più importante, riguarda la diversa considerazione degli errori: quelli a favore della Juventus sono sottolineati con la penna rossa, quelli a favore delle altre passano inosservati. Per 5 anni l’Inter ha dettato legge nel post calciopoli, ma è stata anche aiutata: ricordo che a Siena le fu convalidata una rete in un’azione che vedeva ben 6 giocatori in fuorigioco. Questa tanto per dirne una. Ma la stampa e le tv non hanno mai mostrato lo stesso accanimento che c’è stato ieri. Addirittura nella serata precedente il Milan aveva vinto con un gol in fuorigioco, ma nessuno si era permesso di attaccare senza mezzi termini la società. La conclusione è una sola: gli errori incidono alla stessa maniera, ma sia la stampa che l’opinione pubblica attribuiscono loro un peso molto diverso. Solo per il colore della maglia.

Hanno vinto loro, ma noi abbiamo STRAVINTO!

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Non sto qui a fare la cronaca di una partita di calcio che tutti hanno visto com’è andata. Rispetto ai precedenti è stata una partita se non altro “corretta”.
La Juventus ha vinto, poteva perdere o pareggiare, non è stata “aiutata”, ha solo sfruttato le occasioni anche con un pizzico di fortuna, che nel calcio ci sta sempre bene.
Ci sta anche che un tifoso allo stadio abbia voglia di incitare la propria squadra, ci sta che ne vengano fuori cori più o meno offensivi.
Dopotutto l’importante è che a partita finita, tutti amici come prima ,dentro i bar a bere birra e a discutere: lo sconfitto “crocifisso” e il vincitore nel regno dei cieli.
Quello che non va bene è il contorno che si crea e che si creato.
Basta vedere il servizio di un tg (tg3 Piemonte) per capire quanto siamo caduti in basso come popolo e quanto i giovani d’oggi siano profondamente ignoranti.
I cori juventini rivolti ai tifosi napoletani con l’ormai famoso ritornello “vesuvio lavali” a sostenere la loro tesi che il napoletano puzza, li conoscono in ogni parte d’Italia.
Quello che, invece, non sanno né in Piemonte, né in altre parti d’Italia, è che Napoli è stata una delle prime città italiane se non la prima ad introdurre nella reggia reale la stanza da bagno, ad avere l’acqua corrente e il bidet.
Quando l’Italia è stata unificata e i piemontesi hanno chiesto “molto pacificamente” ai napoletani (Regno delle due Sicilie) di entrare a far parte del Regno: il potere di Napoli è stato spostato al Piemonte.
Qui non voglio parlare di soldi che erano nel Mezzogiorno e che poi sono finiti nelle casse del Piemonte, non voglio parlare di industrie meridionali portate su per sostituire le risaie nordiste,voglio  parlare di oggetti di “valore” presenti nei vari palazzi del re,ovviamente gentilmente offerti dai Borboni per un’asta di volontariato per le vittime dell’unificazione.
I piemontesi fecero un inventario degli oggetti presenti nei palazzi e molti di questi, soprattutto quelli utilizzati per l’igiene, erano per loro sconosciuti.
Basti pensare che un normale bidet venne annotato come: “Oggetto sconosciuto a forma di chitarra”.
Non voglio parlare di musica piemontesi, tranquilli. Lì sarebbe troppo umiliante per voi.
Mi basta l’igiene, che voi credete di avere e forse avete, ma non perché è insito nella natura di piemontese, ma semplicemente perché avete avuto la fortuna di avere vicini come noi napoletani, superiori, che vi hanno indicato la strada da seguire.
Se oggi siete quello che siete è soprattutto grazie a noi, eccetto una cosa che nonostante gli anni non siete riusciti a cambiare.
Ma questa è un’altra storia, se ne riparlerà in tribunale.

L’indignazione a targhe alterne…

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Eh si…sul mondo del pallone si sono dette tante cose, e tanti sono stati gli scandali che lo hanno caratterizzato, umiliato, deriso…e noi tifosi, la nostra passione, i nostri sacrifici? Perduti. Su calciopoli si è scritto e raccontato di tutto: la leggenda dice che c’era una cupola, e che il grande boss doveva essere punito. Tutto in prima pagina, perché il mostro non poteva essere messo in un trafiletto. A distanza di sei anni si scopre che la leggenda, tra l’altro riportata in una sentenza di un organo istituzionalmente riconosciuto, forse è solo una leggenda metropolitana, e che il risultato ottenuto nel 2006 era stato il prodotto di tanti fattori manipolati alla perfezione da un gruppo di persone che aveva un solo intento: creare un mostro, creare una cupola. Cambia la storia, ma cambia anche il modo di indignasi: la verità riportata in piccoli trafiletti di giornali, quasi invisibili. Mentre nel 2006 la presunta verità ha occupato le prime pagine dei quotidiani. Dov’è l’errore? L’errore sta in chi si fa manipolare da una cattiva informazione. Anzi, dalla disinformazione.