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Il paese della cuccagna/1

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A furia di dire è cos e nient siamo diventati cos e nient | Il video di Eduardo

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“E’ cos e nient”, letteralmente “E’ cosa da poco conto”.

Quante volte diciamo queste parole, quante volte le diciamo anche se non dovremmo dirle?

Il grande Eduardo de Filippo, come sempre, aveva visto lungo e il dialogo, tratto dallo sceneggiato televisivo Peppino Girella (1963), si ripete oggi nelle case degli italiani, secondo me, con una frequenza impressionante.

Il lavoro che non c’è, la famiglia che non riesce ad arrivare a fine mese, il rubare ma la convinzione di non poter vivere onestamente in un mondo di squali: “e’ semp cos e nient!”

Allora alla domanda: noi cosa siamo? la risposta è ovvia: “A furia di dire è cos e nient siamo diventati cos e nient”.

Una Napoli e una Nazione descritta anni fa, ma mai tanto attuale!

La rassegnazione, il dare poco importanza alle cose sgradevoli, a minimizzarle, a far finta quasi che non ci siano. Cosa si risolve così?

“E’ cos e nient” se un politico utilizza i soldi pubblici per vacanze, spese folli, macchine di lusso, escort?

“E’ cos e nient” se chi dovrebbe garantire la sicurezza dei cittadini agevola tangenti?

“E’ cos e nient” se l’amministrazione pubblica decide di deturpare un paesaggio con opifici poi condonati in abitazioni?

“E’ cos e nient” se aziende piccole sono costrette a fallire o a chiudere mentre quelle “grandi” godono dei privilegi dei risanamenti con finanziamenti statali?

“E’ cos e nient” se migliaia di ragazzi,laureati,non possono trovare lavoro?

“E’ cos e nient” se un padre,un capofamiglia,si vede licenziato e impossibilitato(a causa dell’età) a trovare un altro lavoro?

“E’ cos e nient” se poi quello stesso padre è costretto a suicidarsi?

“E’ cos e nient” se la legge non è uguale per tutti.

“E’ cos e nient” se la gente ha fame,se la gente non ha lavoro,se la gente è diventata “cos e nient”!

Questo è il male dell’Italia e di Napoli,la rassegnazione che inibisce la reazione alle ingiustizie e che porta la situazione a degenerare sempre più.

Se una mattina,svegliandomi accendessi la radio e sentissi che a Napoli,o in Italia,è iniziata la Rivoluzione…sarei felice,ma fino ad ora hanno vinto loro.

Hanno vinto loro quando fischi la satira | Il video di Crozza

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crozza-sanremoE’ dall’antica Grecia che persone comuni indossano maschere o creano determinate situazioni per poter lanciare frecciatine a persone “divine”, PROMUOVENDO UN CAMBIAMENTO.
Quello che abbiamo visto ieri sera a Sanremo non è stato uno bello spettacolo!
Giusto per la cronaca, quando Maurizio Crozza stava per prendere la parola, un paio di persone, almeno secondo le fonti RAI, hanno iniziato a fischiare e a dare del “pirla” al comico che, come ormai noto, fa della satira politica il suo cavallo di battaglia.
Anche ieri sera Crozza aveva preparato un repertorio ampio, dove per par condicio, comparivano esponenti di tutti gli schieramenti: dal solito Berlusconi a Bersani, da Ingroia a Montezemolo.
Allora perché fischiare? Perchè alzare cori “no poltica!” ?
Nelle passate edizioni, come giustamente ricordato, anche altri come Benigni, Celentano, Luca e Paolo sono andati sul palco dell’Ariston e hanno “preso in giro” i politici.
La satira fa bene, apre gli occhi a molte persone e forse potrebbe far cambiare tante cose, se fosse presa un po’ più seriamente.
Prendere la satira seriamente? Si, perché non stiamo parlando del solito cabaret dove un comico indossa una parrucca per far ridere.
Satira: (dal latino satura lanx, il vassoio riempito di offerte agli dei) è una forma libera e assoluta del teatro, un genere della letteratura e di altre arti caratterizzata dall’attenzione critica alla politica e alla società, mostrandone le contraddizioni e promuovendo il cambiamento (Fonte Wikipedia).
Con la satira quindi si cerca di CAMBIARE! Se quindi si attacca a spada tratta questo tipo di spettacolo, addirittura prima che esso abbia luogo, vuol dire che non si vuole cambiare, si vuole restare in una mediocrità senza pari…e quindi lasciatemi dire, che Hanno vinto loro.

Ad ogni manganellata che diamo, ad ogni manganellata che riceviamo

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Manifestanti e poliziotti: STESSA FACCIA DI UNA MEDAGLIA. L’ALTRA FACCIA E’ FATTA DA CHI LI METTE GLI UNI CONTRO GLI ALTRI

STORIA DI UN MANGANELLO:
Salve, sono un manganello. Da circa tre mesi sono stato dato in adozione a Giovanni, poliziotto del 1° Reparto Mobile della Polizia di Stato, a Roma. Fino a ieri la mia vita procedeva tranquilla, tutte le ora di servizio le avevo trascorse quasi sempre nella cintura del mio babbo.
Solo domenica scorsa mi spaventai un pò. Giovanni lavorava allo stadio, c’era il debry. Non avevo mai visto l’Olimpico, che bello.
Mentre raggiungevamo il punto assegnatoci, il capo di Giovanni dava consigli ai suoi uomini: “State tranquilli, l’importante è stare sempre vicini e non fare mosse azzardate. Non accettate provocazioni e non perdete la calma”. Scendemmo dall’auto di ordinanza e ci trovammo in uno spazio enorme dove la visuale era quasi azzerata a causa del fumo dei fumogeni.
Urla, fischi, trombe, nemmeno il tempo di capire cosa stesse succedendo ed un gruppo ti ragazzi iniziò a venire verso di noi con aria minacciosa. Giovanni mi prese con decisione e mi tenne in alto, sembrava un gladiatore, io il suo gladio. Iniziò a battermi sullo scudo. Restammo così per circa venti minuti, poi un collega di Giovanni sparò due lacrimogeni e la folla si disperse.
La giornata si concluse il modo tranquillo.
Ma oggi no. Oggi tutto era diverso.
In questo periodo Giovanni è un pò nervoso: a sua moglie, precaria presso una società di pulizie, siccome aspetta un bambino, non è stato rinnovato il contratto.
Insieme ad altri 19 colleghi ci dirigiamo sul Lungotevere. All’improvviso un blocco di manifestanti, staccatosi dal corteo principale viene verso di noi. Ragazzi con il volto coperto, armati di casco e mazze. Giovanni e i suoi giovani colleghi (altri cinque, come lui, per la prima volta fanno servizio d’ordine durante uno sciopero) mettono in pratica quanto hanno imparato durante il corso di addestramento: 2 linee di 10, scudo a protezione del corpo, visiera del casco abbassata e cercare di stare il più possibile vicino al collega. Io sto stretto nelle mani di Giovanni, ho paura. Anche lui ha paura. Si sente da come mi stringe. Trema. Il tremore passa attraverso il suo guanto e arriva a me. Mi stringe forte.
Urla. Panico.
Abbiamo avuto l’ordine di caricare quel gruppo intento a varcare una zona a loro vietata. In pochi attimi mi ritrovo a colpire ripetutamente quei ragazzi. Giovanni poco prima della carica aveva deciso di togliersi i guanti. Ora sento la sua paura. Quasi mi stritola. Sento il suo sudore di tensione. Fortunatamente i giovani iniziano a disperdersi, ma uno di loro, mentre scappa, inciampa. Giovanni e altri due colleghi lo raggiungono. 40 secondi. 40 secondi eterni. Colpisco innumerevoli volte la testa di quel ragazzo che, rannicchiato a terra piange in modo straziante. Ad ogni colpo Giovanni si sente più leggero, come se tatuasse sulla testa di quel ragazzo ogni suo singolo problema: il lavoro della moglie, la perdita del padre, i problemi economici, la malattia del fratello.
Finisce tutto. Giovanni resta seduto a guardare da lontano quello che è accaduto. Mi lascia la. Io resto a terra.
Da un lato il sudore di Giovanni, dall’altro il sangue del ragazzo.
Anello mancante di una sola società che qualcuno ha deciso di dividere alzando barricate di tensioni e di paure.

Ogni volta che i potenti riscrivono la storia: L’ING (ALFA) ROMEO

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Vi siete mai chiesti perchè l’Alfa si chiama Romeo??
Il perchè sta nel fatto che un imprenditore napoletano, precisamente di Sant’Antimo, l’ing. Nicola Romeo, acquistò l’Alfa, che era un’azienda automobilistica fallimentare, fecendola diventare quella che è adesso.
Ancora risuonano le storiche parole di Henry Ford che disse, agli inizi del ‘900: “quando passa un’ Alfa Romeo mi tolgo il cappello“.

Ma nessuno invece è a conoscenza di un’altra storia! Una storia che include in se tutta la “tragedia” che il Sud vive dal giorno in cui fummo annessi al regno d’italia (scritto volutamente in minuscolo).
E questa storia si inserisce anche e prepotentemente nella famosa frase del primo governatore della banca d’italia, Carlo Brombini, che nel 1862 affermò: “il Mezzogiorno non dovrà più essere in grado di intraprendere“.
Grazie ad uno studioso, Carmine De Marco, autore del libro “La conquista e la colonizzazione del Meridione d’Italia”, è emerso il motivo per cui un imprenditore napoletano decise di acquistare un’azienda fallita. Più che per libera scelta, infatti, fu costretto…

Di seguito riporto il testo di un’intervista a Carmine De Marco di Angelo Picariello che è tratto da una testimonianza di un erede dell’ing. Nicola Romeo:
«La vicenda emblematica di come l’industria meridionale, fiorente fino a 150 anni fa, in special modo quella metalmeccanica, già da mezzo secolo fosse stata abbandonata a sé stessa per privilegiare quella del Nord. L’ingegner Nicola Romeo, ricordiamolo, era un geniale imprenditore metalmeccanico che aveva diversi, importanti stabilimenti nella zona Napoli. Licenziatario per la costruzione di camioncini di trasporto truppe della francese Darracq, allo scoppio della Prima guerra offrì allo Stato italiano il suo prodotto a prezzo vantaggioso, ma si sentì rispondere che esso acquistava solo prodotto nazionale. Cioè del Nord. Così accettò di rilevare l’A.L.F.A (Anonima Lombarda Fabbrica Automobili), che aveva i suoi stabilimenti a Portello, presso Milano, ed era in liquidazione. Finita la guerra, nel 1918, fu inizialmente cambiato il nome della società in “Società Anonima Ing. Nicola Romeo e Co.”. Ma si sa che i napoletani sono buoni di cuore: infatti Romeo non infierì, e al termine di una lunga vertenza con i vecchi proprietari dell’Alfa, non mise sullo scudetto il Vesuvio, ma lasciò il biscione milanese. E tutti oggi si lamentano per l’Alfa-Sud di Pomigliano, poi passata alla Fiat, “regalata” ai meridionali “sfaticati” dai generosi industriali settentrionali».

fonte: Briganti

Quando i politici decidono di non candidarsi più: è sempre troppo tardi

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E’ di pochi giorni fa la notizia della non candidatura di D’Alema alle prossime politiche, nel 2013. Stessa decisione presa da Veltroni alcune settimane prima. E stessa decisione presa da Berlusconi proprio ieri. In ogni caso, è sempre troppo tardi. E in ogni caso, hanno vinto loro: perchè all’ennesima legislatura della loro “illuminata” carriera, hanno deciso di lasciare il testimone ai più giovani. Giovani? I vari Casini, Rutelli, Fini sono in Parlamento da più di vent’anni. Record per Pisanu: ben 37 anni. Allora ti rendi conto che loro hanno vinto veramente quando non c’è una legge che fissi un limite al numero di candidature. Mentre negli Usa il presidente può essere rieletto una sola volta. Mentre in Inghilterra Tony Blair ha lasciato la politica a 55 anni. Mentre noi siamo in Italia, condannati a marcire a causa di una politica che sta uccidendo il Paese molto lentamente…

Hanno vinto loro ogni volta che guardiamo un telegiornale

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Chiunque avverte la necessità di guardare oltre il proprio naso, ha bisogno di attingere informazioni: sul quartiere in cui vive, sugli avvenimenti della propria città, su ciò che accade nel mondo. Raccogliere, insomma, “notizie”. Ma qui sorge un problema: cos’è una “notizia”? E qui la risposta non può essere la stessa per tutti, diventa soggettiva: c’è a chi interessa venire a conoscenza degli inciuci di paese, chi della vita dei vip, chi delle attività della propria star culturale preferita, ecc…
La nostra epoca ci dà la possibilità di trovare le “notizie” che cerchiamo attraverso il web: bastano pochi clic per sapere ciò che desideriamo e, con un piccolo sforzo in più, possiamo trovare il racconto di una stessa vicenda da più punti di vista il che ci consente, tra l’altro, di verificare l’attendibilità dell’informazione. La rete, in questo senso, è strumento democratico per eccellenza: chiunque può farsi mittente o destinatario di qualunque messaggio

Lo stesso non può dirsi per i telegiornali: essi ci narrano “notizie” in un arco di tempo limitato e, per questo i direttori hanno bisogno di operare una selezione degli avvenimenti che reputano salienti. Ma con quali criteri avviene questa necessaria opera di selezione? Ed è qui che si consuma il dramma dell’informazione mediatica, in particolare quella diffusa dalle emittenti pubbliche: i direttori delle testate devono render conto del loro operato a consigli d’amministrazione che sono espressione diretta dei partiti che siedono in Parlamento; e questi ultimi sono (in modo sempre meno indiretto) espressione LORO, dei veri Poteri Forti, quelli capaci di tessere le trame della Storia. Va da sé, quindi che la scelta delle notizie del giorno, della settimana o di periodi di tempo ancor più lunghi non è operata col criterio di dare risposta alle richieste della collettività ma con quello esattamente opposto, cioè mettere a conoscenza la gente di ciò che Loro vogliono che si sappia e, soprattutto, nel modo in cui a Loro conviene. Così, le guerre diventano “missioni di pace” (non possiamo sapere dai tg a quanto ammontano le vittime civili e perché sono state bersaglio di attacchi, ma ci tocca venire a conoscenza di ogni militare ucciso per “difendere la nostra Libertà”); i rom vengono dipinti a lungo come assassini, ladri e stupratori (a proposito: questi ultimi sono diventati tutti più buoni da qualche anno a questa parte?); il senso di insicurezza viene alimentato fino allo sfinimento (crisi economica, disoccupazione, violenza urbana e sub-urbana sono notizie propinateci dai tg ogni giorno: non sarà, forse, che lo fanno per farci accettare di buon grado decisioni drastiche come spropositati aumenti di tasse, precariato e militari in città?); e potrei continuare a lungo su questa scia. “La televisione è, dunque, lo strumento antidemocratico per eccellenza; come ebbe modo di dire Pasolini, in un’intervista rilasciata a Biagi: “Nel momento in cui qualcuno ti ascolta dal video ha verso di te un rapporto da inferiore a superiore che è un rapporto spaventosamente antidemocratico” (http://www.youtube.com/watch?v=FCMlx0pkiOM&feature=related). La televisione ci concede due uniche libertà: quella di cambiare canale (che però non risolve il problema dell’informazione, visto che le reti private sono messe ancora peggio da questo punto di vista), e quella di spegnerla.

Attingiamo, dunque, notizie dal web e spegniamo la televisione!

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