La scandalosa legge elettorale vigente in Italia ha permesso, ancora una volta, di dar voce a chi in realtà, pur rappresentando una buona fetta di elettori, per vent’anni non ha voluto il bene dell’Italia. Il Popolo della Libertà ha sempre gridato, a gran voce, la sua disponibilità a formare un governo, subito dopo le elezioni, visti i contorti risultati elettorali, i quali non permettevano al PD di avere una maggioranza solida anche al Senato. I maggiori esponenti del PdL si sono quasi presi a capelli per dimostrare la loro bontà e buona volontà per formare un governo in grado di attuare le riforme più essenziali. Davvero uno sforzo notevole. Tutto ciò, secondo i protagonisti, era la semplice conseguenza della normale assunzione di responsabilità nei confronti degli elettori: tante le critiche al PD, incapace di formare un governo dopo ben due mesi dalle elezioni, e prigioniero dell’incapacità di decidere con chi stare. Ma il PdL, in particolare, accusava il PD di scarso senso di responsabilità nei confronti del Paese, in un momento così critico: la crisi economica, ad avviso del PdL, non avrebbe perdonato un ulteriore momento di esitazione da parte di chi aveva l’incarico di formare un esecutivo: bisognava fare in fretta, era questione di vita o di morte. (Qui voglio ricordare che proprio il governo di centrodestra, nella persona di Giulio Tremonti, aveva rassicurato l’Italia affermando che il nostro paese era quasi immune da tutte le conseguenze negative della crisi stessa). Il PD era irresponsabile, non avendo a cuore le sorti del Paese. Eletto il Presidente della Repubblica, e formato il governo delle larghe intese, la situazione è tornata nei ranghi: tutte le forze politiche, tranne quelle dell’opposizione, erano ben contente di aver raggiunto l’accordo e di aver formato un esecutivo, appunto, di larghe intese, capace di rappresentare gli italiani: il senso di responsabilità aveva avuto la meglio sulle inutili diatribe politiche che da anni caratterizzavano il confronto tra le due maggiori forze politiche del panorama italiano. Finalmente.

Ma cosa è successo due mesi dopo, quando la giustizia ha fatto il suo corso e ha condannato Silvio Berlusconi? Quello che tutti si aspettavano o hanno immaginato: con la condanna del proprio leader, il PdL ha minacciato di far cadere il governo, togliendo il suo appoggio immediatamente. Ecco, la giusta risposta a un paese che sta attraversando una crisi profonda: era questo il senso di responsabilità che il PdL ha sbandierato a destra e a manca subito dopo le elezioni? L’errore che da vent’anni a questa parte l’Italia ha fatto, e continua a fare, è quello di farsi prendere in giro da una parte della classe dirigente, brava a confondere, attraverso i suoi marchingegni dialettali, piani che sono assolutamente distinti e separati, ossia la politica e la giustizia. Quando Fini era ancora nel PdL, ma già sulla via dello scontro col proprio padrone, rammentò allo stesso il fatto che “la legittimazione popolare non poteva essere una forma di immunità rispetto all’azione del potere giurisdizionale”: i voti, in poche parole, non ti sottraggono alla legge, tanto meno al giudizio dei magistrati. Ma questo è stato il leit motiv della seconda repubblica: dalla legge sulle intercettazioni, fino al processo breve: attraverso il potere legislativo si è cercato in tutti i modi di ostacolare il potere giurisdizionale, che per Costituzione è autonomo e indipendente. Insomma, si è cercato in tutti i modi di mettere i bastoni tra le ruote alla magistratura, come con la vicenda del legittimo impedimento (istituto che tra le altre cose esiste già nel diritto processuale penale). Spesso sento dire, da parte degli elettori di centrosinistra, espressioni del tipo “vogliamo battere Berlusconi alle elezioni, e non eliminarlo attraverso le sentenze della magistratura”: ecco, questo è il tranello che hanno tirato alla gente. Come si fa a confondere la politica con la giustizia? Solo perché si è onorevoli o parlamentari non significa che la magistratura non debba trattare questi soggetti come tutti gli altri cittadini. I cittadini sono tutti uguali davanti alla legge, e devono essere giudicati alla stessa maniera da parte della magistratura. E già l’immunità parlamentare, sancita in Costituzione, è un’ancora alla quale la maggior parte dei parlamentari si aggrappano. Ricordando anche l’autorizzazione a procedere, vigente fino al 1993, poi soppressa e reintrodotta, seppur diversamente, con la L. 140/2003.

Siamo ancora molto lontani dall’essere un paese maturo, un paese nel quale il diritto di uguaglianza non sia solo sancito, ma anche garantito. C’è ancora troppa differenza tra i governanti e i governati, e sembra che la strada per migliorare sia ancora molto lunga.

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