Manifestanti e poliziotti: STESSA FACCIA DI UNA MEDAGLIA. L’ALTRA FACCIA E’ FATTA DA CHI LI METTE GLI UNI CONTRO GLI ALTRI

STORIA DI UN MANGANELLO:
Salve, sono un manganello. Da circa tre mesi sono stato dato in adozione a Giovanni, poliziotto del 1° Reparto Mobile della Polizia di Stato, a Roma. Fino a ieri la mia vita procedeva tranquilla, tutte le ora di servizio le avevo trascorse quasi sempre nella cintura del mio babbo.
Solo domenica scorsa mi spaventai un pò. Giovanni lavorava allo stadio, c’era il debry. Non avevo mai visto l’Olimpico, che bello.
Mentre raggiungevamo il punto assegnatoci, il capo di Giovanni dava consigli ai suoi uomini: “State tranquilli, l’importante è stare sempre vicini e non fare mosse azzardate. Non accettate provocazioni e non perdete la calma”. Scendemmo dall’auto di ordinanza e ci trovammo in uno spazio enorme dove la visuale era quasi azzerata a causa del fumo dei fumogeni.
Urla, fischi, trombe, nemmeno il tempo di capire cosa stesse succedendo ed un gruppo ti ragazzi iniziò a venire verso di noi con aria minacciosa. Giovanni mi prese con decisione e mi tenne in alto, sembrava un gladiatore, io il suo gladio. Iniziò a battermi sullo scudo. Restammo così per circa venti minuti, poi un collega di Giovanni sparò due lacrimogeni e la folla si disperse.
La giornata si concluse il modo tranquillo.
Ma oggi no. Oggi tutto era diverso.
In questo periodo Giovanni è un pò nervoso: a sua moglie, precaria presso una società di pulizie, siccome aspetta un bambino, non è stato rinnovato il contratto.
Insieme ad altri 19 colleghi ci dirigiamo sul Lungotevere. All’improvviso un blocco di manifestanti, staccatosi dal corteo principale viene verso di noi. Ragazzi con il volto coperto, armati di casco e mazze. Giovanni e i suoi giovani colleghi (altri cinque, come lui, per la prima volta fanno servizio d’ordine durante uno sciopero) mettono in pratica quanto hanno imparato durante il corso di addestramento: 2 linee di 10, scudo a protezione del corpo, visiera del casco abbassata e cercare di stare il più possibile vicino al collega. Io sto stretto nelle mani di Giovanni, ho paura. Anche lui ha paura. Si sente da come mi stringe. Trema. Il tremore passa attraverso il suo guanto e arriva a me. Mi stringe forte.
Urla. Panico.
Abbiamo avuto l’ordine di caricare quel gruppo intento a varcare una zona a loro vietata. In pochi attimi mi ritrovo a colpire ripetutamente quei ragazzi. Giovanni poco prima della carica aveva deciso di togliersi i guanti. Ora sento la sua paura. Quasi mi stritola. Sento il suo sudore di tensione. Fortunatamente i giovani iniziano a disperdersi, ma uno di loro, mentre scappa, inciampa. Giovanni e altri due colleghi lo raggiungono. 40 secondi. 40 secondi eterni. Colpisco innumerevoli volte la testa di quel ragazzo che, rannicchiato a terra piange in modo straziante. Ad ogni colpo Giovanni si sente più leggero, come se tatuasse sulla testa di quel ragazzo ogni suo singolo problema: il lavoro della moglie, la perdita del padre, i problemi economici, la malattia del fratello.
Finisce tutto. Giovanni resta seduto a guardare da lontano quello che è accaduto. Mi lascia la. Io resto a terra.
Da un lato il sudore di Giovanni, dall’altro il sangue del ragazzo.
Anello mancante di una sola società che qualcuno ha deciso di dividere alzando barricate di tensioni e di paure.

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