Chiunque avverte la necessità di guardare oltre il proprio naso, ha bisogno di attingere informazioni: sul quartiere in cui vive, sugli avvenimenti della propria città, su ciò che accade nel mondo. Raccogliere, insomma, “notizie”. Ma qui sorge un problema: cos’è una “notizia”? E qui la risposta non può essere la stessa per tutti, diventa soggettiva: c’è a chi interessa venire a conoscenza degli inciuci di paese, chi della vita dei vip, chi delle attività della propria star culturale preferita, ecc…
La nostra epoca ci dà la possibilità di trovare le “notizie” che cerchiamo attraverso il web: bastano pochi clic per sapere ciò che desideriamo e, con un piccolo sforzo in più, possiamo trovare il racconto di una stessa vicenda da più punti di vista il che ci consente, tra l’altro, di verificare l’attendibilità dell’informazione. La rete, in questo senso, è strumento democratico per eccellenza: chiunque può farsi mittente o destinatario di qualunque messaggio

Lo stesso non può dirsi per i telegiornali: essi ci narrano “notizie” in un arco di tempo limitato e, per questo i direttori hanno bisogno di operare una selezione degli avvenimenti che reputano salienti. Ma con quali criteri avviene questa necessaria opera di selezione? Ed è qui che si consuma il dramma dell’informazione mediatica, in particolare quella diffusa dalle emittenti pubbliche: i direttori delle testate devono render conto del loro operato a consigli d’amministrazione che sono espressione diretta dei partiti che siedono in Parlamento; e questi ultimi sono (in modo sempre meno indiretto) espressione LORO, dei veri Poteri Forti, quelli capaci di tessere le trame della Storia. Va da sé, quindi che la scelta delle notizie del giorno, della settimana o di periodi di tempo ancor più lunghi non è operata col criterio di dare risposta alle richieste della collettività ma con quello esattamente opposto, cioè mettere a conoscenza la gente di ciò che Loro vogliono che si sappia e, soprattutto, nel modo in cui a Loro conviene. Così, le guerre diventano “missioni di pace” (non possiamo sapere dai tg a quanto ammontano le vittime civili e perché sono state bersaglio di attacchi, ma ci tocca venire a conoscenza di ogni militare ucciso per “difendere la nostra Libertà”); i rom vengono dipinti a lungo come assassini, ladri e stupratori (a proposito: questi ultimi sono diventati tutti più buoni da qualche anno a questa parte?); il senso di insicurezza viene alimentato fino allo sfinimento (crisi economica, disoccupazione, violenza urbana e sub-urbana sono notizie propinateci dai tg ogni giorno: non sarà, forse, che lo fanno per farci accettare di buon grado decisioni drastiche come spropositati aumenti di tasse, precariato e militari in città?); e potrei continuare a lungo su questa scia. “La televisione è, dunque, lo strumento antidemocratico per eccellenza; come ebbe modo di dire Pasolini, in un’intervista rilasciata a Biagi: “Nel momento in cui qualcuno ti ascolta dal video ha verso di te un rapporto da inferiore a superiore che è un rapporto spaventosamente antidemocratico” (http://www.youtube.com/watch?v=FCMlx0pkiOM&feature=related). La televisione ci concede due uniche libertà: quella di cambiare canale (che però non risolve il problema dell’informazione, visto che le reti private sono messe ancora peggio da questo punto di vista), e quella di spegnerla.

Attingiamo, dunque, notizie dal web e spegniamo la televisione!

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