Don Maurizio Patriciello, parroco di Caivano, lo scorso giovedì 18 ottobre, durante un incontro in prefettura per denunciare l’allarme dei rifiuti tossici in Campania è stato ammonito dal prefetto di Napoli, Andrea De Martino, per essersi rivolto al prefetto di Caserta, Carmela Pagano, chiamandola semplicemente “signora” e non “signora prefetto”. Ritenendola una grave offesa e una forte mancanza di rispetto per le istituzioni, il prefetto ha pensato bene di redarguire il parroco perdendo la pazienza e alzando i toni. Questo l’episodio, veniamo ora alle riflessioni, quelle riflessioni che dovrebbero nascere in ognuno di noi e destare tanta indignazione per l’accaduto.

Sarà anche giusto richiamare un cittadino a usare il corretto linguaggio per interloquire con le istituzioni, ma, per coerenza, ci aspetteremmo che anche l’altro interlocutore adoperi un corretto linguaggio (non sbagliando i congiuntivi e scivolando su un “se io la chiamerei signore, lei come reagirebbe?”) e, soprattutto, lo stesso rispetto che si richiede, altrimenti si rischia di pretendere qualcosa che non si è inclini a dare per natura.

Se dinanzi ad un onestissimo parroco anticamorra, che sta portando alla ribalta un tema civile e sociale importantissimo, in una discussione che spera sia costruttiva, un egregio signor prefetto alza presuntuosamente i toni per attaccarlo su un appellativo per nulla offensivo, si ha l’idea di trovarci dinanzi alla messa in scena di una banalissima strategia comunicativa: distrarre l’interlocutore da ciò che sta dicendo, mortificarlo e scegliere un pretesto per portare l’attenzione di tutti su altro. Al signor prefetto verrebbe da chiedere: ma non è altrettanto, se non più, irrispettoso che un’istituzione pubblica, quale quella che Lei rappresenta, si rivolga con quella superbia e quei toni a un parroco, che prima ancora è un cittadino, che sta sottoponendo alla Sua attenzione un problema civico d’interesse comune e che da anni e anni le istituzioni non risolvono come dovrebbero?  Mentre noi respiriamo veleni e mangiamo prodotti nati da una terra martoriata e mortificata dai rifiuti tossici, un rappresentante delle istituzioni può non apprezzare l’impegno quotidiano di Don Maurizio e attaccarlo in modo così meschino e becero?

L’arroganza e l’abuso del potere in questa vicenda non fanno che aumentare il divario tra la cittadinanza e le istituzioni: come possiamo identificarci, sentirci tutelati e protetti da uno Stato che, invece, di rispondere e intervenire concretamente sul territorio, perde giorni a innescare una sterile polemica sull’appellativo “signora”? Cosa ancora più triste è che ora ci ritroviamo anche noi a parlare di forma e non di sostanza. In rete serpeggiano i video dell’accaduto, ci si schiera pro o contro il parroco e il prefetto e, intanto, in qualche fiume stanno continuando a versare rifiuti tossici, qualcuno starà vendendo la sua terra per seppellirci sotto l’introvabile, qualcun altro starà scaricando gomme e altri rifiuti in una desolata campagna, una casalinga poco attenta starà ignorando la differenziata e tutti noi continueremo a respirare veleno e mangiare immondizia. Questa è l’Italia in cui viviamo, questa è l’Italia che scegliamo di lasciare ai nostri figli: un Paese in cui ci si preoccupa delle etichette e dei titoli e non della tutela dei cittadini.  Un paese in cui “signori si nasce”, ma qualcuno non “lo nacqu(e)”, evidentemente.

Ora sta a noi scegliere: possiamo continuare per altre settimane a parlare di forma, oppure scendere nella sostanza delle cose e accompagnare Don Maurizio nella sua e nella nostra battaglia. Ognuno nel suo piccolo faccia la sua parte. Questa è la Nostra Terra e va difesa e tutelata, ad ogni costo. L’augurio è che questo incidente diplomatico, o meglio linguistico, serva a far accendere i riflettori su quanto sta accadendo da anni nelle province di Napoli e Caserta, nella “terra dei fuochi”, dove ogni giorno sono accesi roghi tossici per bruciare ogni genere di rifiuto sotto lo sguardo di autorità competenti e istituzioni.

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